Lo stallo
8. Cronache metriche del dopo
Buongiorno!
Ottavo appuntamento con i racconti di scienza e fantascienza in endecasillabi della rubrica mensile Cronache metriche del dopo. Il racconto di questo mese parla di intelligenze artificiali coinvolte nella gestione delle crisi diplomatiche.
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Le altre rubriche dedicate agli abbonati sono Il verso delle cose, che esce il terzo martedì del mese e raccoglie una serie di saggi di impostazione letteraria e scientifica insieme, e la miscellanea di tecniche poetiche e considerazioni varie di Note in controtempo, la terza domenica dei mesi pari.
Lo stallo
L’impudicizia, tutta matematica, con cui la linea del fronte si scopre essere in forma di un qualche frattale, è fatto noto che poi si ripete ogniqualvolta si vede uno stallo in cui la guerra comunque si avvita sui propri morti e sopra i suoi propositi. E si vedevano, allora, nell’ordine: il capitano scambiare parole inutili e solenni col sergente, un condominio venire evacuato, e lo sciamare incessante di donne coi loro sacchi riempiti di cibo, e poi ancora i dispersi in attesa; e i giornalisti intenti a darsi l’eco, l’accumularsi di fotografie, l’analisi dei minimi progressi, il contemplarsi umano delle ipotesi, la storia rabboccata a poco a poco. Si dice in prosa come in poesia, e con le immagini e con le notizie, il vacillare fenomenologico di quell’attesa ferita e febbrile di cui si frattanto si carica il tempo: comune nelle notti e nelle case, al fronte e nella voce disseccata, s’attende dunque l’ordine seguente, il trasformarsi umano successivo, la scelta che si deve fare dopo e l’imminente giorno che si impone, giacché la Terra gira, tuttavia, e chi riscopre intanto d’esser vivo la computa nell’intimo inventario di ciò che non si può credere perso.
Presenze puntiformi e complessive, uomini e donne ancora trattenuti dentro i diversi conflitti sospesi poggiavano la loro condizione su un nodo della lingua, un paradosso spuntato dai dettami digitali di un altrimenti solido sistema a cui l’umanità da qualche tempo aveva delegato, e con successo, i fatti diplomatici minori e la scrittura di vari trattati. Le guerre che pur sempre vanno fatte si possono evitare, molto spesso, chiedendone la surroga parziale con i legami dell’economia, o con il romanzare a dismisura d’antiche e sozze questioni irrisolte, giacché ciascuno si senta scontento di quel ch’è stato e di quel che sarà, ma sappia parimenti che il nemico molto più misero ancor si ritiene, e per ciascuno valga il viceversa. Se non funziona, si deve combattere; ma, per ampliare il novero dei casi in cui si resta intonsi a dirsi il male, l’umanità nella sua disciplina e nell’accumularsi intelligente dei suoi progressi tecnici e morali aveva implementato un artificio: modello di linguaggio e previsione, euristica di scambi e decisioni, questo sistema frutto di un comune lavoro pubblico e soldi privati, era da qualche anno allora in uso per il Consiglio della Sicurezza di quel che furono, in tempi recenti, Nazioni Unite e quello che ne avanza. HERMES, comunque, si chiamava; serviva per gestire in miglior modo il crescere complesso e variegato delle esigenze d’accordi continui ma non fondamentali fra gli Stati. L’idea, che non mancava poi d’ingegno, metteva insieme per l’addestramento l’intero corpus di norme e trattati ovunque stipulati lungo il corso dei secoli, già dal diciassettesimo; e, per miglior calibrazione, l’avevano voluto completare con tutte le possibili (finora) ambiguità dell’interpretazione. Aveva assimilato tutto quanto, questo modello veloce e sicuro, e procedeva sui propri parametri. Sapeva, nei suoi vincoli statistici, che cosa fu la Guerra dei Trent’anni, e poi gli accordi sopra le colonie dell’Ottocento, e di terra e di mare, e pur delle questioni più recenti sulla gestione di ghiacci e di lune. Parlava lingue in uso, e quelle morte; aveva incorporato convenzioni, e tutto ciò che ancora si può scrivere e trasformare in rito e consuetudine. L’intento — noi umani lo diremmo la sua intrinseca teleologia — era d’ottimizzare in ogni caso la persuasione e la soddisfazione, poste in quest’ordine, dei contraenti. Ogni trattato che in tempi passati aveva generato qualche disputa sull’interpretazione più minuta era, per HERMES, materia accanita s’apprendimento e di calcolo nuovo. E quando, come sempre in fondo accade, vi sono divergenze di interessi che sembrano in principio inconciliabili, doveva formulare dei progetti che, ben seguendo numeri e parametri, massimizzassero senza rigetto l’accettabilità del risultato da parte di chiunque lo firmasse. In questa prospettiva, si poneva come maestro di lingua e menzogna, ma soprattutto dell’ambiguità: giocava sulle mille traduzioni, sul rivoltarsi interno delle frasi, sui contenuti e dentro le strutture, lasciando tutto ciò che non si dice come egualmente falso e ancora vero, secondo chi ne traeva, al momento, il personale maggiore vantaggio. Fu dunque per un caso come questi, un trattatello su fatti minori, che si verificò tra due Paesi (non val la pena ripetere quali) un fatto d’inconsueta rarità: traviati e lusingati in pari grado dalle parole usate nell’accordo, entrambi ritenendo in ugual modo d’essere stati dall’altro gabbati, e reputando perfino la stessa la quota della propria scontentezza, si ritrovarono muti e interdetti a ritenere degna, in quel dato momento, l’interruzione delle trattative, e la ripulsa fiera dell’inganno che tutti chiamano diplomazia. Voleva venir guerra, e guerra fu. E poi, dentro la guerra, fu lo stallo: il che vuol dire morti e ancora morti, e l’infelicità della vendetta, e il non sapere più chi vince o perde, e il remigare a vuoto dei trattati e della macchina che li scriveva.


